Il famoso detto per cui il fine di un’azione giustifica qualsiasi mezzo utilizzato per conseguirlo é spesso stato riferito come del Machiavelli, e Machiavellico colui che ne fa utilizzo, quando invece sono i gesuiti ad averlo forgiato. Comunque non é per questo che vado a criticarlo, seguendo l’ormai diffusa maniera di valutare i concetti non per quello che implicano ma a seconda di chi li pensa o espone, tanto che le stesse identiche idee si ritrovano negative o positive in relazione alle fazioni in lotta, che se fosse stata del Niccolo’ non avrebbe fatto differenza.
Il porsi degli scopi é uno di quei caratteri che distinguono la volontà da un’azione puramente determinata, uno di quei fatti che hanno a che fare con una qualche forma di intelleto e che in alcuni casi arrivano ad esprimere la piu’ pura delle libertà, tanto preziosa quanto rara dal momento che gli individui si trovano di nascita a perseguire certi scopi di per sé già determinati.
Tralasciando questo fatto, che porterebbe a seguire un altro filo di pensieri a dir la verità altrettanto nobili, e ritornando al punto nostro della discussione possiamo affermare che cio’ che differenzia coloro i quali la fortuna ha dotato della facoltà di scelta non sono tanto le fazioni, che da quando il mondo di cui si ha memoria é tale, si dividono in coloro che con certo sentore di nostalgia guardano al tempo oramai passato, in quei che senza timore puntano al futuro, e in coloro che per arrendevolezza o per convenienza pongono le radici per una tirannide del presente; e non si distinguono neanche per i modi di agire, che qualunque sia la propria ideologia, persino quella di decidere di non averne, la via seguita é comunque quella di una routine caratterizzata di inerzia quanto le forze degli enti inanimati descritteci dal pisano; cio’ che separa é definitivamente il valore morale con cui vengono ricoperte le proprie credenze, tanto che spesso accade di assistere con stupore ad accese discussioni tra individui che affermando gli stessi argomenti, ma sospettosi sulle reali motivazioni del proprio interlocutore, riescono a trovare la virgola che li divide.
E’ questa presunta superiorità morale dunque a farci valutare la correttezza delle azioni e non le azioni di per sé che in definitiva sarebbero il metro concreto di comprensione di quanto i rapporti tra pari vadano nel bene o nel male a modificarsi, come aveva ben compreso l’Einsteino quando tento’ di farci notare come non possa esserci alcuna pretesa di cambiamento quando si perseguono quotidianamente i medesimi atti.
Tutto questo richiama alla mente un dialogo avvenuto tempo fa tra un ragazzo e il suo maestro, che all’affermazione del suo allievo sul fatto che un nobile atto commesso per un deplorevole proposito sarebbe rimasto macchiato per sempre da una mera esistenza di malevolenza, rispose che questo era perfettamente valido ma che un atto deplorevole, seppur commesso per i piu’ nobili dei propositi, avrebbe portato tale malevolenza in superficie dandole vita. Non soddisfatto il ragazzo si chiese dunque quale fosse tra i due il piu’ giustificabile, se il nobile atto commesso per un deplorevole proposito, o se il deplorevole atto commesso con nobili motivazioni. Il suo maestro quindi gli rispose che con il tempo avrebbe compreso che il valore morale di un’azione la si ha da calcolare soppesando lo spirito della motivazione contro il beneficio del risultato.